SHOBHA

2005 PALERMO - IO BATTE CUORE festa d'amore con Shobha

Un catalogo, un video, una proiezione e tantissime immagini, una fotografa e nove ragazzi down in giro per la loro città, con la loro passione per la fotografia.
Una mattina, all’inizio dell’estate, il direttore e la vicedirettrice dell’Associazione Persone Famiglie Down vengono a trovarmi nella mia casa di Palermo. Mi parlano della loro associazione, delle attività interessanti che svolgono e mi propongono di fare per loro un calendario, con dodici ritratti di alcuni ragazzi.
L’anno prima, avevo già lavorato con un gruppo di ragazzi autistici, avevo trascorso molto tempo con loro e con le loro famiglie, fotografarli era stata un’esperienza che mi aveva preso l’anima.
Realizzare un calendario non mi bastava, volevo fare di più:ho avuto una zia down e, quando ero piccola, mi sembrava di avere un angelo in casa.
Propongo un corso di fotografia, li avrei portati in giro per la nostra città, avrei insegnato loro ad usare ed amare un nuovo mezzo per riuscire ad esprimersi. La mia proposta piace, troviamo i primi sponsor per comprare le compatte digitali.
Senza tanti soldi nasce il Progetto Immagina. Andiamo al primo incontro. Mi attendono, seduti compostamente, un gruppo di ragazze e ragazzi, tra i quattordici ed i ventisei anni. Ci fissano incuriositi, io, con la mia macchina fotografica, Soraya, la mia assistente, Luciana Zarini, una cara amica, con la sua telecamera. Penso siano le nostre attrezzature a incuriosirli.
Sono emozionata, spiego loro il progetto e, quando dico che saremo andati in giro a fotografare, e che Luciana avrebbe fatto un film su di loro, conquisto subito la loro simpatia. Questo scatena un’energia tra il gruppo: avevo detto le parole giuste e, nel giro di pochi secondi, alcuni di loro si avvicinano con una confidenza tale da farmi sentire
molto più rilassata. Mi fanno tante domande, chi mi parla del matrimonio della zia, chi del fidanzato, chi della pasta al pomodoro, della palestra, dei loro amici e, per farmi piacere, uno di loro, Giuseppe Moschitta, mi dà una pacca sulla spalla rassicurandomi che sarebbero stati attenti e bravi.
Mettere a fuoco è la cosa che più li confonde, si avvicinano talmente tanto al soggetto che lo sfocano, vedo affiorare in loro un approccio gioioso mentre scrutano il mondo, euforici, incuriositi.
Fatto lo scatto corrono da me per mostrarmi la foto, contenti di portare con loro un pezzettino di mondo.
Ci incontriamo per sei mesi, due volte a settimana. Scegliamo ogni volta un quartiere diverso, oppure ci vediamo nella sede dell’associazione.
Scarichiamo le foto nel computer e poi, con pazienza, tutti insieme le guardiamo.
Ogni bella foto è un battito di mani e ogni foto brutta uno spunto per ridere e scherzare.
Ognuno di loro ha uno stile riconoscibile, ognuno di loro, pur scattando nella stessa situazione, ha uno sguardo diverso. Nove ragazzi: Cinzia, Roberta, Manuela, Chiara, Giuseppe C., Giuseppe L., Giuseppe M., Paolo e Agostino, tutti con una forte personalità e talento sorprendente.
I ragazzi non conoscono alcune zone di Palermo e, quando li porto in un quartiere fatiscente del centro storico, Giuseppe M. rimane indignato per la sporcizia: “Dovrebbero arrestare il sindaco - mi dice, la città è un degrado, gli scriverò una lettera”.
Il loro approccio è filtrato dalla ricerca della bellezza; chi punta lo sguardo sui particolari, un panino sulla panchina, una foglia secca sull’asfalto, una scritta sulla maglietta o un’insegna al neon che taglia il vicolo buio, altri invece amano fotografare la gente che passa per strada, le bancarelle del melone freddo, la vivacità dei mercati.
Durante le uscite porto con me delle grandi stoffe colorate. Quando li sento stanchi, stendiamo i teli sul prato e ci sdraiamo per guardare le nuvole e il cielo.
Agostino, il più piccolo dei ragazzi, un gran talento fotografico, è sempre silenzioso, va in giro a scattare le sue foto con tanta leggerezza. Mi ricordano quelle di alcuni fotografi d’arte contemporanea. Lineari, essenziali.
Ama fotografare il cielo e le nuvole che si rincorrono basse.
Nel periodo di giugno, i giardini della nostra città sono affollati di turisti di ogni paese che amano distendersi al sole nel prato fresco, per i ragazzi fotografarli è un’ occasione e anche un buon motivo per dire qualche parola d’inglese e per raccontare che loro sono fotografi ed io la maestra.
Paolo riprende solo i particolari, lo vedo totalmente sedotto, rapito, mentre fotografa un pezzo di piede con lo smalto nero di una ragazza olandese o gli occhi sorridenti di una spagnola, il particolare di una stampa di una madonna sopra una pescheria, le zampe di un cane randagio, la mano di Cinzia protesa verso l’alto, come volesse toccare il cielo. Anche Paolo è un talento, le sue foto mi ricordano quelle di Martin Parr.
Cinzia conosce tutti i telefilm. La Squadra è la sua passione. Ha un diario che porta sempre con se', con Raul Bova stampato sulla copertina, fotografa le sue pagine, comprese le tante lettere d’amore che scrive e dove, a volte, appare anche il mio nome. Spesso posa come modella per il gruppo, sale sugli alberi per farsi fotografare, mimando le veline, e poi si ritrae allo specchio inventando personaggi diversi, uno scatto dopo l’altro. La sua creatività è esplosiva e Gigi D’Alessio è il suo cantante preferito.
Nelle sue foto più intime e sensuali c’è tutta l’irrequietezza dei suoi anni.
Chiaretta, la più piccola delle femminucce, ama fotografare i fiori, la natura: la sua dolcezza è disarmante, le sue foto ben a fuoco, composte. Ha una passione ricambiata per Agostino. Un giorno andiamo a fotografare l’orto botanico, c’è una lite furibonda tra di loro, lei scappa da qualche parte, ma dopo un po’ li rivedo passeggiare con le macchine fotografiche in mano, abbracciati come due fratelli.
Roberta, la più grande delle ragazze, si è appassionata talmente tanto alla macchina fotografica che se la porta sempre dietro, instancabile, e con una passione frenetica fotografa tutto. La casa, il padre, la madre, la cucina, il cibo, tutto! Diventa abilissima quando fotografa matrimoni, battesimi, spettacoli teatrali, commemorazioni. Mette in posa tutti, anche il prete prima della funzione, fotografando con la passione di un reporter.
Nel quartiere: “il Capo”, un venditore trasporta il carrettino ambulante per i vicoli gridando a squarciagola: “sfincionello, sfincionello caldo!”, alcuni cani randagi con le mammelle piene di latte frugano nella spazzatura e ci passano accanto.
Paolo fotografa tutto. Vediamo una sposa con un ricchissimo abito bianco uscire dalla macchina blu, con il velo sul viso. E’ ferma dinanzi alla porta della chiesa appena restaurata. Spingo le ragazze a fotografare. Le vedo aprirsi un passaggio tra la folla di curiosi, fermarsi e sorridere. Roberta fa la foto più bella, mentre Manuela, a voce bassa, piena di tristezza, mi dice: “Shobhina, noi non possiamo sposarci!” Non so la ragione, ma intuisco che il dolore è grande, la accolgo tra le mie braccia e le confido che neanche io sono sposata.
I ragazzi sono meno interessati alla sposa e ci apettano vicino al banchetto della carne bollita. Un gruppo di uomini mangia, altri giocano a carte seduti ad un tavolino bianco di plastica dura, nel centro della piazza Kalsa. Ci fermiamo in un piccolo bar del quartiere per bere un po’ di acqua fresca, che ci viene offerta gentilmente dal padrone del locale, un signore con grandi baffoni. Ci sorride e, guardandomi dritto negli occhi,
mi dice: Brava!! Giuseppe Lupo, uno dei ragazzi, che ama salutarmi come usano spesso fare gli aristocratici, baciandomi la mano delicatamente, gli risponde dall’altra parte del bancone, con tono sicuro, stringendomi alla sua spalla: “E’ la mia maestra di fotografia, ed è bella, brava e buona!”. Giuseppe scatta poco, ma è attento a tutto, ed è un fantastico
ballerino. Lavora alcune volte alla settimana nella sede della provincia e, quando vado a trovarlo nel suo posto di lavoro, noto che si muove con disinvoltura tra fax e fotocopie, nell’ufficio che condivide con altri ragazzi down. Mi chiede di fare una foto di gruppo. Presto arrivano tutti, assessori, dirigenti, segretarie, ed io scatto.
Spesso mi parlano della loro sindrome, mi dicono che sono diversi ma non malati. Le loro storie personali e le loro foto raccontano molte più cose di quanto sperassi. Io li amo sempre di più.
Giuseppe Caccamo, cintura marrone di karate, ha una cotta per Cinzia e lei, alcune volte, per distrazione, lo tratta male. Lo vedo subito reagire male, si isola. A volte, invece, ha sbalzi improvvisi di felicità e, se ci troviamo in un parco o in uno spazio aperto, si lancia facendo lunghe capriole. Un giorno andiamo a casa sua per fare un ritratto di famiglia. Sceglie il salotto buono per fotografare la madre, la sistema amorevolmente sotto un arazzo, seduta al centro del divano di raso lucido. Lei gli sorride e lui scatta la foto. Subito dopo ne fa un'altra per sicurezza, come gli avevo insegnato nelle prime lezioni di tecnica. Taglia il dolce preparato dalla mamma: crema gialla, banane e pan di spagna. Ordina la tavola con la tovaglia bianca di pizzo, il caffè in tazzine di porcellana, tutto con modi gentili e amorevoli. Ci mostra la sua cameretta e le foto di famiglia, quelle della prima comunione, raccolte nell’album grande. Mi sembra veramente un angelo.
Nelle mie lezioni non parlo di esposizione o di profondità di campo, si sta insieme, giocando. Dopo aver imparato ad accendere la macchina, ad usare il flash, lo zoom e a cambiare le batterie, sono liberi di improvvisare.
Insegno loro che non bisogna spaventare le persone, e che, prima di scattare, è meglio chiedere il permesso, e la gente si lascia fotografare, sempre sorridendo.
Manuela e Giuseppe Moschitta erano già fidanzati quando ho iniziato il corso. Lui la chiama la mia principessina, e la riempie di foto edi baci. Un giorno davanti al gruppo le dichiara, infilandole un anellino al dito, il suo amore per tutta la vita.
Manuela, dolcissima, con due occhi vispi e occhiali spessi, due codini nei capelli trattenuti da fiocchi colorati, ama fotografare i cibi e tutto quello che c’ dentro il frigorifero. Abbracciata al suo amore se ne discosta solo per scattare velocemente e poi ritornare tra le sue braccia.
Un giorno li porto tutti ad un piccolo luna park di città. Si fotografano tra di loro sulle motociclette, dietro ballerine danzanti, sopra grandi pagliacci e, quando salgono sulle macchine volanti a forma di animaletti, mentre la ruota inizia a girare prendendo velocità e salire in alto, li vedo ridere felici. Vedo Cinzia guardare il cielo e dopo poco gridare, Dio ti amo…ioooooooooo!
Paolo si gira per fotografarla.
Quando il corso sta finendo, ricevo alcune lettere, disegni, frasi affettuose. Mi colpisce una lettera di Cinzia, parla dell’amore, di me e di Luciana, di suo padre e delle amiche. Le sue parole hanno la forza di una luce accecante. Fotografo questa lettera scritta da lei e la uso in seguito come apertura della mostra. “… Io batte cuore, storia d’amore…”
Chiudo il corso organizzando per loro una festa a casa mia, prometto di preparare patatine, coca-cola, pizzette, gelati e che nessun genitore sarebbe stato invitato.
Cinzia porta la sua collezione musicale del Festivalbar, e balliamo e fotografiamo tutto il pomeriggio. E’ stato fantastico.
L’inaugurazione della mostra ha un grande successo di pubblico e di critica: più di settecento visitatori. Il video di Luciana commuove tutti e i ragazzi, vestiti con grande eleganza, si mostrano fieri di loro stessi, protagonisti di una bella storia d’amore.
Io li ho amati molto, umanamente è stata un'emozione unica. Di solito fare fotografie è un’esperienza singola, ma in questo stage tutto è stato collettivo. C’è un detto afgano che dice: “Non diventi uomo finché non doni il tuo amore sincero e disinteressato ad un bambino. Ma non sei un vero uomo finché non ricevi in cambio l’amore sincero e disinteressato di un bambino”.

Un progetto è iniziato nel 2005. work in progress fino al 2014.
Il video del progetto è visibile nella sezione video.
Per chiunque fosse interessato alla mostra e al video: sorayamotherindia@gmail.com

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