2003_ "SENZA PATRIA"_WE WANT OUR HOMELAND
2003 "SENZA PATRIA"
CAMPI PROFUGHI PALESTINESI IN SIRIA
"WE WANT OUR HOMELAND"
Generazioni di palestinesi sono costrette a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la drammatica condizione di “senza patria” nei campi profughi della Siria.
"Sono arrivata in Siria, sapendo che sarei stata ospite per i primi giorni da una famiglia palestinese che viveva nel campo profughi di Yarmuk, a otto chilometri a sud dal centro di Damasco. Dieci anni prima dello scoppio del conflitto.
DAMASCO-CAMPO PROFUGHI YARMUK- La casa di Najah è di pietra, un cortile interno da luce e spazio alle stanze piccole e buie di casa, Najah ha 24 anni è la prima di dieci figli.
La madre Um Mohammad, non ha ancora 40 anni, è madre di cinque maschi e cinque femmine. Questa famiglia, di origine beduina del nord della Palestina è rifugiata dal 1948. Con loro abita il nonno Abu Ghaleb, il figlio Mohammad di 21, il genero Halih, Amira di 13 anni figlia di seconde nozze di Abu Ghaleb, Amina di 18 anni e l’ultimo nipotino di pochi mesi.
Najah, la figlia maggiore lavora come sarta in un laboratorio. Ha lasciato gli studi a 18 anni, parlava l’inglese, amava studiare ed essere libera, infatti non porta il velo, spesso fumava sigarette e veste all’occidentale.
Amina sua sorella di 18 anni indossa il velo è operaia in una fabbrica che inscatola carne.
Ricordo: La piccola Amira, che mi svegliava al mattino presto portandomi il buon caffè arabo caldo, i suoi grandi occhi sempre pieni di luce e sorrisi.
Una mattina avevo espresso il desiderio di andare ad Aleppo, Amira, gentilmente mi avrebbe accompagnato a comprare i biglietti alla stazione dei pullman a Damasco il giorno prima, così da riservare un posto sicuro sul pullman che sarebbe partito da Damasco per Aleppo alle prime luci dell’alba.
La mattina del giorno dopo alle quattro del mattino, avevo prenotato un taxi, per recarmi in orario alla stazione dei bus, il mio arrivo ad Aleppo era previsto per le undici. Nell’attesa che il bus partisse, albeggiava e il cielo si era colorato di viola e giallo. Sul pullman avevo scelto un buon posto per poter fotografare anche dal finestrino quando eravamo in strada, ero, carica,ma sapevo di dover stare attenta, Aleppo non era una città tranquilla! Il viaggio sarebbe durato quattro ore, all’incirca 360 chilometri. Mancavano ancora venti minuti prima della partenza, scesi dal pullman per guardarmi intorno; la stazione era moderna e i
bar erano già aperti e alcuni pullman per altre destinazioni erano partiti. A un certo punto ebbi una sensazione fastidiosa, qualcosa mi diceva che non dovevo partire con quel bus e di rimandare la partenza, in quel momento non mi sono chiesta il motivo, mi sono solo affidata alla mia sensazione. Rimasi a Damasco, era mattino presto e non dissi nulla a nessuno, nemmeno alla famiglia che mi ospitava a Yarmuk, nel primo pomeriggio ritornai nel campo profughi e capii dai loro toni accesi, che era successo qualcosa di grave, fui abbracciata da tutti come se fossi sopravvissuta a qualcosa, la piccola Amira che mi aveva svegliato e accompagnato al bus, piangeva,poco dopo compresi l’importanza di quella tensione nei loro occhi e dai loro racconti, e per poco svenivo.
La famiglia e tutto il vicinato mi davano per morta, Amira mi raccontò che alla radio avevano dato la notizia che, il pullman che avevo scelto di prendere e poi abbandonare, era esploso sulla strada per Aleppo ed erano morti tutti, passeggeri e autista. Una bomba sul pullman, un vero attentato! Le televisioni e le radio italiane diedero la notizia dell’attentato, mia madre e l’agenzia Contrasto a cui avevo detto che quel giorno sarei partita con il pullman per Aleppo, sentendo la notizia mi pensarono morta. Ero viva grazie a quel fastidio e avevo scampato la morte!
Il giorno dopo partì per Aleppo, in casa erano preoccupati per il mio viaggio, mi consegnarono a un amico poliziotto che si mise a disposizione per accompagnarmi ad Aleppo, durante il tragitto chiesi di fotografare il luogo dell’attentato, ma non c’era più traccia, poche macchie di olio e qualche ferraglia.
ALEPPO
Arrivata ad Aleppo il poliziotto che mi scortava mi disse che dopo l’attentato la situazione in città, era pesante, suggerendomi che sarebbe stato meglio fermarci solo per qualche ora e proseguire per Hama dove avrei incontrato altre famiglie.
HAMA
Nella città di Hama, andai a trovare la famiglia di Um Ahmad Ferial, che viveva in una palazzina a tre piani con appartamenti separati, ben arredata, piena di donne e bambini. La padrona di casa, Um Ahmad era vedova, i vari piani della palazzina ereditati alla morte del marito commerciante facoltoso, li condivideva con i figli: il primogenito Ahmad e il secondo Yusef con le nuore Samira e Fouziie e tutti i nipoti, una vera comune.
Hamad il primogenito occupava l’appartamento al secondo piano, sposato con Samira, hanno quattro figli, lei fa l’insegnate elementare ed è l’unica donna della famiglia a portare un semplice foulard sul capo e solo per uscire. L’altro fratello Yusef è sposato con Fouziie, che anche una cugina paterna, hanno tre figli e vivono al terzo piano della palazzina. Yusef lavora con il fratello maggiore di Ahmad, insieme hanno una concessionaria di auto. La moglie Fouziie non lavora e si occupa della casa, la maggior parte delle donne in questa famiglia sono sposate con cugini.
Leila, la figlia di Um Ahmad, ha ventiquattro anni studia letteratura araba all’università di Aleppo, ama indossare vestiti decorati e carichi di lustrini che usano specialmente per le occasioni, le piace la moda.
Sahar, 35 anni, è la nipote di Um Ahmad figlia di un fratello, è una dentista e madre di due figlie, vivono a Damasco, ed è divorziata. Sahar rappresenta quella parte di famiglia che ha abbandonato il modello di vita tradizionale, adottando quello occidentale, pur mantenendo legami forti con la struttura familiare. Le sue pazienti spesso sono donne, che hanno avuto abusi e soprusi dalle famiglie, spesso cacciate dal lavoro e dalla casa, Sahar le riceve di nascosto gratuitamente in un sotterraneo attrezzato, facendo di tutto per aiutarle.
HAMA
Casa di Abu Nafez
Il padrone di casa è Abu Nafez, si occupa di riciclaggio di ferro è uno dei fratelli di Um Ahmad è il meno agiato della grande famiglia. È rimasto da solo con moglie e figli a vivere nella città vecchia dove abita nella casa paterna, una grande abitazione a due piani nello stile tradizionale siriano.
Raja , la figlia di 15 anni, ci accoglie con premura, offrendoci della frutta e dell’acqua. Raja ha 15 anni per volere del padre ha interrotto gli studi ed è in attesa della giusta offerta di matrimonio. Indossa il velo Bianco
La moglie di Abu Nafez, sposata in seconde nozze è molto più giovane del marito, insieme hanno dieci figli.
HAMA
La casa di Abu Ala, è riccamente decorata in bianco e oro. È un commerciante di ferro, vive in parte a Damasco dove ha i suoi uffici, una seconda casa e una seconda moglie. In questo appartamento vive con la prima moglie Um Alà Selwa, che anche moglie cugina materna e i suoi figli.
MALULA
E un piccolo villaggio arroccato sui monti, la sua caratteristica che la rende quasi unica, si parla l’aramaico, la lingua di Gesù.
Nella casa in cima alla collina mi ospita una famiglia cristiana, una nonna un padre e due bambine, orfane di madre. L’albero di Natale ha le luci accese, la donna anziana mi offre dei cioccolatini e del caffè arabo, usanza per salutare gli ospiti… E si parte per il Convento a Saidanaia.
SAIDANAIA
Il Convento di nostra Signora di Saidanaia è situato nello storico villaggio di circa cinquemila persone, almeno duemila sono quelli della minoranza cristiana, come nel villaggio di Ma’lula si esprimono ancora in aramaico, l’antico idioma parlato da Gesù.(Nel 2013, il Fronte al-Nusra occupò Maaloula, saccheggiando monasteri, distruggendo reliquie e rapendo suore. La popolazione è scesa da 10.000 a meno di 1.000 abitanti. Dopo la caduta di Assad, tensioni con musulmani tornati hanno spinto il 25% delle famiglie cristiane ad andarsene.
Saidanaia, si trova a nord di Damasco, convento di Saydnaya conserva antiche reliquie risalenti ai primi anni del cristianesimo. Nel convento vivono una trentina di suore che gestiscono un orfanotrofio.
Per anni ho provato a contattare queste famiglie che mi hanno accolto in vari luoghi della siria, ma non sono riuscita ad avere loro notizie, l’orrore della guerra e dopo anche il terremoto mi hanno fatto pensare al peggio.
Shobha