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I NATI CARCERATI DEL MALASPINA

ita
Palermo 2022
Il destino segnato, il tempo sospeso ,la voglia di riscatto, gli errori commessi e la paura di tornare alla vita di sempre. Viaggio nell'istituto minorile di Palermo che vorrebbe non essere solo prigione
L’eco di pugni che battono su porte di metallo e grida spezza il canto monotono delle cicale: il suono dei ragazzi raggiunge il giardino del carcere minorile Malaspina di Palermo. Se c’è un’immagine è questa quella che subito racconta la frattura che divide, come una ferita, il dentro e il fuori.
Quando si entra nell’area detentiva il sole, le cicale e il giardino fanno parte della libertà che è inarrivabile, anche se a un passo.
Chiavi grandi quanto mani aprono un cancello pesante, a varcarlo doveva esserci anche Letizia Battaglia. La figlia, e fotografa, Shobha tiene tra le mani, come un testimone passato, la sua macchina fotografica: lei è qui.
A fare strada è Clara Pangaro, energica direttrice, da quattro anni, dell’Istituto minorile che ospita ventisei ragazzi, minorenni e giovani fino ai 25 anni: «Sento una grande responsabilità nei loro confronti, cerchiamo di organizzare con molto impegno tanti laboratori e attività affinché il tempo in carcere non sia sospeso, ma di lavoro e formazione, e revisione delle scelte, fatte a volte senza consapevolezza».
Il cancello si apre e quelle mani strette nei pugni hanno ora un volto. I ragazzi scrutano, si avvicinano e allontanano restando uniti come uno sciame di api, corpi protetti da tatuaggi che sono manifesti su carne di cose già vissute, o che si vorrebbero vivere. Sono loro a scegliere i nomi di fantasia con cui raccontano se stessi e il loro Malaspina.
«La mia testa se resto qui se la mangia il carcere»: Gabriele è seduto sulla finestra e guarda oltre le grate, negli occhi si leggono le ombre e le luci che lo abitano. È da un anno al Malaspina per aver commesso una rapina aggravata: «Ero diventato una vittima del sistema di spaccio che a Messina è gestito da alcune famiglie, io prendevo 50 euro, chi gestiva lo spaccio, e non era neanche il più grande, anche tremila al giorno. Facevo lo “scopino”, spacciavo e mi lasciavano fumare il crack tutto il giorno, dentro una casa chiusa». Vendere e assumere la droga all’inizio era un gioco: «Non conoscevo i rischi, sentivo di avere potere, di essere forte, volevo essere come tutti gli altri ragazzi che grazie allo spaccio potevano comprarsi tutto quello che desideravano, avevano dei bei vestiti, chi aveva un lavoro onesto era visto male. Un’idea distorta, ma l’ho compreso solo qui». La depressione era dietro l’angolo: «Fermavo la gente per strada con un coltello per rapinarla, non mi bastavano mai i soldi che avevo, spendevo tutto per la droga che mi ha fatto perdere le staffe celebrali». Gabriele è cresciuto con sua madre e i nonni, il padre non c’è mai stato: «La mia infanzia è diventata brutta a sette anni, quando i nonni sono morti per un tumore».
A casa, quando esce, lo aspetta suo figlio, che è appena nato, dovrà cercare, lui che è poco più che un bambino, di essere il padre che non ha mai avuto: «Sono cresciuto in mezzo alla strada senza una figura paterna che ti insegna a essere un uomo giorno dopo giorno. Ho spacciato perché non sapevo come guadagnare i soldi e nessuno mi dava un lavoro. Lo Stato ti lascia commettere reati, fino a quando arriva quello grave, perché non ci fermano, non ci aiutano prima? Se mi ributtano per strada a 22 anni, senza sostegno, cosa farò? Datemi prima la libertà e la possibilità con un aiuto e un supporto psicologico fuori di dimostrare che sono cambiato».
Quando Don Carlo Cianciabella, parroco al Malaspina da un anno e per sua richiesta, arriva e apre la piccola cappella, Gabriele lo segue, lo abbraccia a lungo e, seduto, tiene la testa appoggiata sul suo braccio. Si stringono con forza al cappellano anche molti altri, dopo essersi fatti il segno della croce e aver baciato la statua della Madonna. L’educatrice Maria Mercadante li segue sempre: «Avere la loro fiducia è la cosa più difficile», spiega. «Osservano con attenzione, si sono sentiti traditi in passato, le barriere sono alte. Cercano relazioni autentiche, coerenza, affetto ma anche contenimento, regole mai avute, anche se poi le rigettano, per provocare», dice muovendo, come a proteggersi, lunghi capelli rossi. Qui dentro giudizi e certezze si azzerano a ogni istante e si è tutti esposti alla vulnerabilità.
«Non sono mostri, è la società che a volte è un mostro e crea ghetti senza Stato e istituzioni», dice don Carlo Cianciabella. «Sono solo ragazzi, spesso più maturi di quelli della loro età perché arrivano da contesti disagiati in cui hanno imparato a difendersi, meritano attenzione dalla società perché se sono qui, non è solo colpa loro. Non c’è nessun merito nell’essere nati in contesti onesti e sani. È come se fossero nati carcerati e la parte sana della società ha un debito nei loro confronti».
«Nati carcerati»: sono in molti ad aver conosciuto il padre in prigione. Un destino che si ripete anche per Carlo, che scrive il nome di suo figlio, che ha appena sei mesi, su un foglio di carta e lo scarabocchia di cuori. Ha 23 anni, viene dal quartiere Zen di Palermo. Nel futuro si vede un buon padre, lui che suo padre lo ha visto da quando è nato solo dietro sbarre: «Ora mia moglie mi porta mio figlio ma non voglio che lui faccia la mia stessa fine», racconta con un filo di voce. Ha sei anni e otto mesi davanti per una rapina commessa a 14 anni: «Del reato sono solo io responsabile, ho fatto quello che ho visto fare in alcuni film e non ho avuto paura perché chi rapina è visto come uno tosto e volevo esserlo anche io e fare molti soldi, essere come gli altri». È stato facile reperire l’arma: «Dove vivo, basta pagare 300, 400 euro, i bambini devono saper sopravvivere nella strada, il lavoro non c’è».
A chiudere e aprire costantemente le grandi porte dal rumore stridulo del carcere, descritto come «una gabbia» dai ragazzi, ci sono gli agenti penitenziari. «Cerchiamo di far comprendere il valore delle regole a ragazzi cresciuti in contesti senza legalità e spesso di abbondano familiare», spiega Francesco Cerami, comandante dirigente di polizia penitenziaria. «Non possiamo fare miracoli perché i ragazzi quando escono ritornano in zone in cui lo Stato, il potere pubblico manca ed è sostituito da quello criminale. C’è una responsabilità della società, è anche una scelta politica». La maggior parte di questi giovani ha ricevuto le prime cure mediche e dentistiche per la prima volta in carcere, alcuni a 17 anni.
Le giornate qui vengono descritte senza fine, con un’ora d’aria la mattina e una il pomeriggio: «Anche se ci sono diverse attività noi nella stanza stiamo anche venti ore al giorno e giochiamo a calcio solamente una volta a settimana», racconta Messak, 19 anni, che sogna, o meglio sognava, di fare il calciatore, e dice di essere bravo: «Quando uscirò avrò trent’anni, non sarà più possibile».
Anche lui ha conosciuto suo padre in galera: «Sono cresciuto nei colloqui del carcere. Lo vedevo come un idolo, mi vantavo con gli altri amici che avevano anche loro i padri in prigione. Non dò la colpa a lui per i reati che ho commesso, però se uno ti dice di non fare una cosa e poi la fa, non è un esempio».
Messak viene da Pesaro dov’è nato da una famiglia di origine marocchina, un giorno spera di diventare cittadino italiano. È passato in nove istituti prima di arrivare a Palermo, alle spalle ha 49 reati commessi da minorenne: «L’ho fatto per rabbia, sofferenza, perché devi sopravvivere in mezzo alla strada, per necessità di soldi per me e la mia famiglia». La violenza diventa abitudine: «Picchiavo qualcuno e non avevo più emozioni, non avevo più paura. Ora ho capito, mi addormento con il senso di colpa», continua Messak che ha finalmente la possibilità di studiare, «prima nelle scuole ci andavo solo per spacciare».
La scuola dentro il Malaspina cerca di dare loro l’inchiostro per conoscere e scrivere storie nuove. «Le classi sono miste, i ragazzi hanno un diverso livello, alcuni imparano qui, a 14 anni, a leggere e scrivere. Provano vergogna per questo», racconta l’insegnante d’italiano Valeria Pirrone, arrivata nel 2012. «La didattica tradizionale resta fuori, qui serve amore, i ragazzi quando non scendevano me li andavo a prendere nelle stanze», dice Tiziana Basile, per tutti la “maestra Tiziana” che al Malaspina ha insegnato trent’anni. «Sono bravi ragazzi, con una sensibilità incredibile, nessuno crede al bello che hanno dentro». È lei che ha dipinto con i giovani tutto il carcere, rifatto il murale di Banksy con la bambina e il palloncino rosso a cuore, trasformato le pareti in lavagne permanenti per parlare di educazione civica, Europa e legalità, e che nell’aula ricreativa ha fatto scrivere sui muri quali sono i doveri e i diritti.
I diritti, come quello all’infanzia a molti negato: ora vogliono muovere con una diversa consapevolezza i fili di loro stessi come muovono quelli dei pupi siciliani, le marionette della legalità nel laboratorio che è iniziato a Malaspina nel 2018. «Sono fragili e con una voglia di fare e un talento incredibile», dice l’ideatore Angelo Siciliano, «questo progetto prevede che alcuni ragazzi possano lavorare con noi una volta usciti, ma purtroppo qualcuno è tornato qui, perché non riusciamo a fare concorrenza economica al welfare mafioso».
Ragazzi pieni di energia, che vorrebbero nuotare o imparare a farlo nella piscina del Malaspina, che però non è agibile. Messak la indica con la mano: «Ci rende tristi vederla e non poterla usare, sono disponibile per lavorare come volontariato e rimetterla a posto».
«Non riusciamo da alcuni anni ad avviare i lavori per la manutenzione ordinaria, servirebbero delle risorse da parte del dipartimento di giustizia minorile, serve fare anche altri lavori di ristrutturazione perché un luogo bello aiuta i ragazzi a prendersene cura», risponde la direttrice Clara Pangaro, al Malaspina da trent’anni dove ha ricoperto anche l’incarico di educatrice.
Per Don Carlo Cianciabella è necessario «rompere i muri» e concepire un carcere con le porte aperte: «Serve uno scambio maggiore tra dentro e fuori. Il muro alto tiene al sicuro chi non vuole vedere, chi si sente non responsabile, chi guarda questi ragazzi dall’alto in basso e fa incattivire questi ragazzi che dentro si sentono messi ancora una volta ai margini. Ci sono percentuali alte di suicidi o tentati suicidi anche nelle carceri minorili. Il sistema giudiziario si dovrebbe interrogare molto a livello nazionale».
«I ragazzi hanno una responsabilità penale», sottolinea il vicedirettore, Salvatore Pennino, «ma senza dubbio serve una trasformazione del sistema e della società, e questo richiede un cambio culturale».
«Servono ingenti investimenti nel sociale per toglierli dalla strada», aggiunge la direttrice spiega Clara Pangaro «strutture diurne e servizi per fare un lavoro di prevenzione e poi, una volta fuori, potenziare le misure alternative. Servono, ad esempio, più risorse per la borsa di formazione quando escono. Serve una rete di sostegno costante sul territorio. Noi qui piantiamo semi, sperando che nascano fiori».
«Fiori dal nulla»: sono stati i ragazzi a definirsi così in una canzone che hanno scritto loro stessi in un progetto che ha tentato di mettere in musica le loro urla e in cui dicono di essere «come diamanti chiusi in una vetrina».
Appoggia la mano alla grata Messak e guarda un gruppo di ragazzi minorenni in cortile durante l’ora d’aria: «Guardo questi bambini e soffro, mi rivedo».
«I minorili devono esistere in Italia?», si chiede. «I minorenni non ci devono arrivare a fare reati, ci sono tanti bambini là fuori abbandonati, come lo ero io. Noi siamo visti come gli ultimi, siamo invisibili, ma noi vogliamo essere visti, vogliamo esistere».
Testo Sabrina Pisu

Copyright Shobha
All rights reserved

Eng
Palermo 2022
Marked destiny, suspended time, the desire for redemption, the mistakes made and the fear of going back to life as usual. Journey to the juvenile institute of Palermo that would like to be more than just a prison
The echo of fists banging on metal doors and shouts breaks the monotonous song of the cicadas: the sound of the boys reaches the garden of the Malaspina juvenile prison in Palermo. If there is an image, this is the one that immediately tells the story of the fracture that divides, like a wound, the inside and the outside.
When you enter the detention area, the sun, the cicadas and the garden are part of the freedom that is unattainable, even if it is just a step away. Keys the size of hands open a heavy gate, Letizia Battaglia must have been there too. The daughter, and photographer, Shobha holds her camera in her hands, like a past witness: she is here.
Leading the way is Clara Pangaro, energetic director, for four years, of the Juvenile Institute which houses twenty-six children, minors and young people up to the age of 25: «I feel a great responsibility towards them, we try to organize many workshops and activities with great commitment so that time in prison is not suspended, but of work and training, and review of choices, sometimes made without awareness".
The gate opens and those hands clenched into fists now have a face. The boys scrutinize, they approach and move away remaining united like a swarm of bees, bodies protected by tattoos that are manifest on the flesh of things already experienced, or that one would like to experience. They are the ones who choose the fantasy names with which they describe themselves and their Malaspina.
"If I stay here, my head will be eaten by prison": Gabriele is sitting on the window and looks beyond the grates, the shadows and lights that inhabit him can be read in his eyes. He's been in Malaspina for a year for committing an aggravated robbery: «I had become a victim of the drug dealing system which in Messina is run by a few families, I took 50 euros, whoever ran the drug dealing, and it wasn't even the biggest, even three thousand a day. I was a toilet brush, I dealt and they let me smoke crack all day, inside a closed house». At first, selling and taking drugs was a game: "I didn't know the risks, I felt I had power, that I was strong, I wanted to be like all the other kids who, thanks to drug dealing, could buy anything they wanted, had nice clothes, those who had an honest job were looked down upon. A distorted idea, but I only understood it here». Depression was around the corner: "I stopped people on the street with a knife to rob them, the money I had was never enough for me, I spent everything on drugs that made me lose my brain". Gabriele grew up with his mother and grandparents, his father has never been there: "My childhood became bad at seven years old, when my grandparents died of cancer".
At home, when he goes out, his son, who has just been born, is waiting for him, he who is little more than a child will have to try to be the father he never had: «I grew up in the middle of the street without a father figure who teaches you to be a man day after day. I hustled because I didn't know how to make money and no one was giving me a job. The State lets you commit crimes, until the serious one arrives, why don't they stop us, don't they help us sooner? If they throw me back on the street at 22, without support, what will I do? First give me the freedom and the possibility with outside psychological help and support to show that I have changed".
When Don Carlo Cianciabella, parish priest at Malaspina for a year and at his request, arrives and opens the small chapel, Gabriele follows him, embraces him for a long time and, seated, keeps his head resting on his arm. Many others also cling tightly to the chaplain, after making the sign of the cross and kissing the statue of the Madonna. The educator Maria Mercadante always follows them: "Having their trust is the most difficult thing", she explains. «They observe carefully, they have felt betrayed in the past, the barriers are high. They look for authentic relationships, coherence, affection but also containment, rules they never had, even if they then reject them, to provoke», she says, moving her long red hair as if to protect herself. In here, judgments and certainties are reset at every moment and we are all exposed to vulnerability.
"They are not monsters, it is society that is sometimes a monster and creates ghettos without a state and institutions," says Don Carlo Cianciabella. «They are just kids, often more mature than those of their age because they come from disadvantaged contexts in which they have learned to defend themselves, they deserve attention from society because if they are here, it is not only their fault. There is no merit in being born into honest and healthy backgrounds. It's as if they were born in prison and the sane part of society owes them a debt."
"Born in prison": many people have known their father in prison. A destiny that repeats itself also for Carlo, who writes the name of his son, who is just six months old, on a sheet of paper and scribbles it with hearts. He is 23 years old and comes from the Zen district of Palermo. In the future we see a good father, he who has seen his father since he was born only behind bars: "Now my wife brings me my son but I don't want him to end up like me," he says in a whisper. He has six years and eight months ahead of him for a robbery committed at the age of 14: «I am solely responsible for the crime, I did what I have seen done in some films and I was not afraid because those who rob are seen as tough and I wanted to be one too me and make a lot of money, be like the others». It was easy to find the weapon: "Where I live, it's enough to pay 300, 400 euros, the children must be able to survive on the street, there is no work".
Constantly closing and opening the large doors from the shrill noise of the prison, described as "a cage" by the boys, are the prison officers. "We try to make the value of the rules understood by kids who grew up in contexts without legality and often with a lot of family", explains Francesco Cerami, commander of the penitentiary police. “We can't work miracles because when the kids go out they return to areas where the state and public power are lacking and are replaced by criminal ones. There is a responsibility of society, it is also a political choice». Most of these young people received initial medical and dental care for the first time in prison, some as young as 17.
The days here are described without end, with an hour of fresh air in the morning and one in the afternoon: «Even if there are various activities we are in the room for up to twenty hours a day and we only play football once a week», he says Messak, 19, who dreams, or rather dreamed, of being a footballer, and says he's good: "When I get out I'll be thirty, it won't be possible anymore."
He too met his father in prison: «I grew up in prison interviews. I saw him as an idol, I boasted to my other friends that their fathers were also in prison. I don't blame him for the crimes I've committed, but if someone tells you not to do something and then does it, that's not an example."
Messak comes from Pesaro where he was born into a family of Moroccan origin, one day he hopes to become an Italian citizen. He passed through nine institutes before arriving in Palermo, behind him he has 49 crimes committed as a minor: "I did it out of anger, suffering, because you have to survive in the middle of the street, out of need for money for me and my family". Violence became a habit: «I used to hit someone and I no longer had emotions, I was no longer afraid. Now I understand, I fall asleep with a sense of guilt», continues Messak who finally has the opportunity to study, «before I only went to school to sell drugs».
The school inside the Malaspina tries to give them the ink to know and write new stories. «The classes are mixed, the kids have a different level, some learn here, at 14, to read and write. They feel ashamed for this», says the Italian teacher Valeria Pirrone, who arrived in 2012. «Traditional teaching remains outside, love is needed here, when the kids didn't come down I went to pick them up in the rooms», says Tiziana Basile, for all the "teacher Tiziana" who taught at Malaspina for thirty years. "They are good guys, with an incredible sensitivity, no one believes in the beauty they have inside". It was she who painted the whole prison with the young people, redid the Banksy mural with the little girl and the red heart balloon, transformed the walls into permanent blackboards to talk about civic education, Europe and legality, and who in the recreation room has made to write on the walls what are the duties and the rights.
Rights, such as that of childhood denied to many: now they want to move the strings of themselves with a different awareness as they move those of the Sicilian puppets, the puppets of legality in the laboratory that began in Malaspina in 2018. «They are fragile and with a desire to do and an incredible talent», says the creator Angelo Siciliano, «this project foresees that some young people can work with us once they leave, but unfortunately someone has returned here, because we are unable to compete economically with the mafia welfare» .
Boys full of energy, who would like to swim or learn how to do it in the Malaspina swimming pool, which however is not accessible. Messak points at it with his hand: «It makes us sad to see it and not be able to use it, I'm available to work as a volunteer and put it back».
"We haven't been able to start ordinary maintenance work for some years, we would need resources from the juvenile justice department, we also need to do other renovations because a beautiful place helps the kids to take care of it", replies the director Clara Pangaro , at Malaspina for thirty years where she also held the position of educator.
For Don Carlo Cianciabella it is necessary to «break down the walls» and conceive a prison with open doors: «We need a greater exchange between inside and outside. The high wall keeps those who don't want to see, those who feel not responsible, those who look down on these kids safe and make these kids angry who once again feel marginalized inside. There are high rates of suicides or attempted suicides even in juvenile prisons. The judicial system should be questioned a lot at the national level.
"Young people have criminal liability", underlines the deputy director, Salvatore Pennino, "but undoubtedly a transformation of the system and of society is needed, and this requires a cultural change".
«Huge social investments are needed to get them off the street», adds the director explains Clara Pangaro «daytime facilities and services to do prevention work and then, once out, to strengthen alternative measures. For example, more resources are needed for the training grant when it comes out. We need a constant support network in the area. Here we plant seeds, hoping that flowers will grow».
«Flowers from nowhere»: it was the boys who defined themselves in a song that they wrote themselves in a project that attempted to set their screams to music and in which they say they are «like diamonds closed in a showcase».
He places his hand on the Messak grate and looks at a group of minors in the courtyard during open air: «I look at these children and I suffer, I see myself again».
"Do minors have to exist in Italy?" he asks. “Minors shouldn't get there to commit crimes, there are so many abandoned children out there, like I was. We are seen as the least, we are invisible, but we want to be seen, we want to exist".
Text by Sabrina Pisu


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